Grazia in salsa americana

C’è un italiano che da 13 anni sta scontando una condanna per omicidio nel carcere di Miami. Si tratta di Chico Forti, un imprenditore trentino da anni residente negli Stati Uniti.

La vicenda è intricata, ma ben ricostruita da molti articoli e servizi giornalistici, chi vuole può approfondirla sul web. Io mi limito a riportare la frase con la quale la giuria ha condannato Chico: “Non abbiamo le prove che Forti abbia premuto materialmente il grilletto, ma abbiamo la sensazione, al di là di ogni dubbio, che sia stato l’istigatore del delitto”.

L’autorità americana ha sempre rigettato le richieste di revisione del processo avanzate dalla famiglia e dai legali di Forti, richieste ormai inutili visto che sono già trascorsi i dieci anni previsti per la presentazione dell’istanza dalla legge americana. L’unica strada oggi percorribile è quella diplomatica. Il ministro Terzi si era impegnato nelle trattative per la riapertura del caso, ma il dialogo con gli Usa è andato avanti a fasi alterne.

Veloce come un fulmine, invece, è arrivata, pochi mesi fa, la grazia da parte del presidente Napolitano per Joseph Romano, lo 007 Usa autore (insieme ad altre 22 persone) del rapimento Abu Omar. “L’esercizio del potere di clemenza – specificava la nota – ha ovviato a una situazione di evidente delicatezza sotto il profilo delle relazioni bilaterali con un Paese amico, con il quale intercorrono rapporti di alleanza e dunque di stretta cooperazione in funzione dei comuni obiettivi di promozione della democrazia e di tutela della sicurezza”.

Una valutazione che a mio parere mal si concilia con la ratio dell’istituto, individuata dalla Corte Costituzionale nella sentenza 200 del 2006: “Deve ritenersi, al riguardo, che l’esercizio del potere di grazia risponda a finalità essenzialmente umanitarie, da apprezzare in rapporto ad una serie di circostanze (non sempre astrattamente tipizzabili), inerenti alla persona del condannato o comunque involgenti apprezzamenti di carattere equitativo, idonee a giustificare l’adozione di un atto di clemenza individuale… È evidente, altresì, come il suo impiego debba essere contenuto entro ambiti circoscritti destinati a valorizzare soltanto eccezionali esigenze di natura umanitaria”.

Il presidente della Repubblica, nella sua discrezionalità, ha deciso di usare uno strumento “umanitario” per scopi di politica estera. Bene. Nel frattempo però Chico Forti (e come lui molti altri, in giro per il mondo) continua la sua odissea senza poter contare su così alte influenze. Il presidente Obama, come hanno riportato alcuni giornali, si è esposto in prima persona per richiedere la grazia in favore dei 23 condannati per il rapimento di Abu Omar.

Se a questo si aggiungono anche i casi dei due marò in India e di altri nostri connazionali detenuti all’estero raccontati nel sito levocidelsilenzio, la nostra diplomazia non ne esce benissimo, a differenza di quella americana.

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