Mafia in Germania? C’è ma non si vede

Da Reporternuovo.it

“In Germania la legislazione non è adeguata a fronteggiare il fenomeno mafioso”. Petra Reski, giornalista e scrittrice tedesca, da oltre vent’anni vive in Italia per raccontare le dinamiche criminali che legano i due stati. Le sue pubblicazioni hanno contribuito a svelare ai tedeschi le dimensioni e la natura della pre- senza della mafia nel loro paese. Tutto ha avuto inizio la notte del 15 agosto 2007 davanti al ristorante“Da Bruno”a Duisburg dove vengono ritrovati i corpi crivellati di proiettili di sei uomini, sei calabresi. Per gli investigatori si tratta di un regolamento di conti avvenuto nell’ambito della faida di San Luca (Rc), scoppiata nel 1991 fra le ‘ndrine dei Nirta e degli Strangio contro quella rivale dei Pelle-Vottari. Il fatto di sangue passa alla storia come la “strage di ferragosto”, primo segno evidente della penetrazione delle mafie italiane in Germania. Fino ad allora a scorrere era stato solo un fiume di denaro.

Petra Reski, cosa è cambiato nella lotta alla mafia dopo quella tragica vicenda?

“Niente. La strage di Duisburg ha suscitato scalpore solo nel primo momento. Poi è prevalsa l’idea che quella fosse una questione fra italiani e che la mafia non fosse un problema dei tedeschi”.

Perché questa indifferenza secondo lei?

“C’è da dire che la mafia in Germania tende a tenersi invisibile e a questo serve anche l’immagine folkloristica che diffonde di sé. Basta vedere che successo sta avendo nel nostro paese la musica ispirata alle storie dei boss. Poi ci sono le responsabilità della stampa, finché non ci sarà l’informazione necessaria sulla mafia in Germania, i tedeschi rimarranno ignari di cosa significa la presenza della stessa anche per la loro vita quotidiana. Un imprenditore onesto, per esempio, non potrà mai concorrere con un rivale che viene finan- ziato dalla mafia. Solo nel settore della costruzione edile, le imprese mafiose sottraggono miliardi di euro di contributi fiscali.”

E la politica resta a guardare?

“Non si può certo escludere che anche in Germania ci siano uomini politici a livello lo- cale e nazionale che fiancheggino i mafiosi. Ma il problema è un altro: anche se il politico non è colluso, che interesse avrebbe a sollevare un problema che la popolazione non avverte? Non è certo un tema elettorale”.

Quali sono le roccaforti della mafia italiana in Germania?

“L’arrivo della mafia in questo paese è coinciso con i grandi flussi migratori partiti negli anni ’60, flussi diretti nelle stesse aree industriali oggetto di immigrazione. I mafiosi all’inizio si sono stabiliti nella zona della Ruhr, a Stoccarda, Monaco e in seguito si sono allargati nel resto della Germania. L’infiltrazione dell’est è avvenuta, subito dopo la caduta del Muro, in città come Erfurt, capitale della Turin- gia, vera roccaforte della ‘ndrangheta, ma anche Lipsia, in Sassonia. Oggi non si può parlare di una zona priva di mafia in Germania. La stessa Berlino non è immune da questo fenomeno”.

Cosa rende il territorio tedesco così appetibile per le associazioni mafiose italiane?

“Di sicuro il ricco tessuto economico è ragione di grande interesse. Ma i motivi princi- pali sono altri. In Germania, a differenza che in Italia, non esiste il reato di associazione a delinquere di stampo mafioso. Inoltre le intercettazioni ambientali sono vietate in case private e in tutti i luoghi pubblici. Questo rende i ristoranti italiani luogo ideale per i vertici dei boss. Infine, il riciclaggio di soldi provenienti da illeciti è particolarmente facile, sugli investitori non ricade l’obbligo di dimostrare la provenienza degli stessi e la polizia, a meno che non ricorrano ragionevoli dubbi sulla provenienza dei capitali oggetto di indagine, non può effettuare accertamenti.

Il suo libro “Santa mafia” è stato censurato dall’autorità giudiziaria tedesca. Perché?

“Sì, la richiesta è arrivata da un albergatore di Duisburg originario di San Luca e da un ex proprietario della pizzeria “Da Bruno”, teatro della “strage di ferragosto”. I tribunali di Duisburg e di Monaco gli hanno concesso l’annerimento dei passaggi in cui citavo i rapporti della polizia criminale tedesca in cui comparivano i loro nomi. I giudici hanno ritenuto che una persona, finché non viene condannata in maniera definitiva per fatti di mafia, ha diritto alla riservatezza”.

E’ vero che all’uscita del suo libro sono seguite delle minacce?

“Sì, ci sono stati degli avvertimenti. Il segnale è chiaro: in Germania i giornalisti non devono parlare di mafia”.

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